Il richiamo della foresta. Da un libro bisogna pur iniziare a leggere no? Il mio primo è stato quello. Ci avevo provato ad aprirne altri ma niente da fare. Chiusi dopo qualche pagina, dopo il primo capitolo o di colpo lasciati a metà. Quello invece entrava, dentro, pagina dopo pagina con la normalità di un sorso d'acqua d'estate. Sbaragliava qualsiasi difesa d'adolescente testa di cazzo e diventava linfa. Ricordo ancora che restavo affascinato persino dal profumo delle pagine, una cosa che prima di allora non avevo mai notato potesse costituire pregio per un libro. Anni dopo ho capito che quel libro era una precisa risposta a domande che ancora non mi ero mai fatto chiaramente, preso com'ero in quegli albi dell'Uomo Ragno e nei telefilm pomeridiani di Italia1.
Non di avventura avevo bisogno, non di amici o dell'amore. Quelle erano cose che cercavo si, che m'attiravano, ma era "il mio modo" di fare le cose che ancora non avevo trovato. Il viaggiare leggero di quel racconto era quanto più vicino ci fosse al modo che avrei voluto per me. Sapere di poter prendere e andare senza troppo addosso se non il vero se stesso. Di poter perdere e ritrovare cose e persone e avere un cerchio da chiudere per ogni storia lasciata a metà.
Ok, ragazzi sto cazzo di Into the Wild l'ho visto anch'io finalmente. Immagino si sia capito. E il "mio" libro, il Richiamo della Foresta", con copertina in inglese in primo piano su schermo gigante me lo sono visto sbattere in faccia assieme al bisogno di una leggerezza essenziale che, con me, è un pò in bilico ultimamente.
Non partirò! Malgrado qualcuno avesse ipotizzato o sperato per me una sorte simile. Non è il momento e non è il mio modo. Direi che adesso, che i ghiacci si sciolgono anzitutto occorre macinare dolcezza e leggerezza. Una volta una mia amica m'ha chiesto cosa rendesse dolce la mia vita (ora lei sorriderà). La risposta fu più o meno questa: "la nutella, le zucchine di mia nonna, il profumo di un collo, il ricordo di un bacio, un viso in lacrime … cose così". Stanotte la mia vita è dolce e la foresta, per un momento, ha smesso di urlarmi la sua voce. No, non partirò, non ora.
Pubblico un estratto di notizia di qualche giorno fa', esortando atei, agnostici e credenti alla virtuosa pratica del risparmio energetico. Sarebbe bello se anche la Chiesa Cattolica cominciasse ad adottare misure più concrete alla tanto conclamata difesa del Creato.
Gio, the Green Brush
Londra, QUARESIMA: GLI ANGLICANI, RIDUCETE I CONSUMI DI ENERGIA
Nell'imminenza della Quaresima, che comincia domani, la Chiesa anglicana esorta i fedeli a fare penitenza riducendo le emissioni di carbonio. Non e' necessario, per essere un buon cristiano, privarsi del cioccolato o praticare l'astinenza: meglio abbassare il termostato della caldaia o
svitare una delle lampadine di casa e farne a meno per quaranta giorni. L'appello viene formulato dal vescovo di Liverpool James Jones, e da quello di Londra, Richard Chartres, che hanno lanciato l'idea di un "digiuno di carbonio" per rispondere alla "necessità urgente" di ridurre le emissioni che danneggiano il pianeta e per proteggere le comunità più povere del mondo "già colpite dalle devastanti conseguenze del cambiamento climatico".
I due prelati, scrive il "Guardian", hanno redatto una lista in cui sono elencati i 40 "gesti virtuosi" da mettere in pratica ogni singolo giorno di Quaresima, come "snobbare" le buste di plastica del supermercato tornando alle vecchie ceste della spesa, fare a meno della lavapiatti per un giorno, sbrinare il frigo, ispezionare la casa alla ricerca di spifferi che comportino sprechi di energia, fare la spesa nel quartiere evitando di prendere la macchina, chiudere bene i rubinetti dell'acqua calda (in un giorno, la perdita goccia a goccia riempirebbe un'intera vasca da bagno), far andare la lavatrice a 30 gradi invece di 40 (riducendo il consumo di energia del 40 per cento). La domenica, poi, e' bene celebrare una "giornatadel silenzio" spegnendo radio, tv, cellulari ed evitando di prendere la macchina: "Fa un gran bene all'anima", assicurano i vescovi.
Il primo dei gesti di "pietas" ecologica e' quello di togliere una lampadina dalla stanza più vissuta della casa e farne a meno per tutto il periodo quaresimale, come monito costante di quanto sarebbe facile ridurre il consumo di energia. Per celebrare l'ultimo giorno di Quaresima, la lampadina tolta andrà sostituitacon una a basso consumo.
"E' tradizione che i fedeli si privino di qualcosa per la Quaresima - ha detto il vescovo Jones. - Quest'anno li invitiamo a ridurre i consumi energetici".
(soluzione - Maurizio: "mela_dai?" - Ezia: "due di picche")
Grazie a tutti, per le parole, i disegni, i cori e le minchiate. Grazie di fingere che le nostre molestie siano divertenti e di aver distrutto appena un misero 50% della nostra casa.
-che una ragazza sconosciuta e meravigliosa ti sorrida per strada -restare fermo, vestito, sotto la pioggia solo per sentire che effetto fa l'acqua che lenta ti giunge al midollo -che entrambi si capisca che un amore è finito nell'attimo in cui è finito -iniziare a correre per strada solo per il gusto di correre -mollare tutto e partire per la Patagonia mandando un telegramma al proprio capo -riconoscerla al buio di un palazzetto dello sport nel bel mezzo di un concerto -che le ragazze che hai avuto si incontrino nello stesso posto parlando bene di te -fare l'amore con una donna e sapere che quella di certo sarà l'ultima volta -che il tuo capo ti chiami in un giorno qualunque e senza motivo ti offra un aumento non richiesto -svegliarsi e vederla seduta su una poltrona vicino al letto che ti ammira quasi fossi un'opera d'arte -che qualcuno innaffi i tuoi girasoli quando non ci sei anche se non glielo hai chiesto -sentire una mano che ti afferra la spalla ma nella stanza non c'è nessuno -accorgersi nel peggiore giorno della propria vita che la neve dopo giorni ha smesso di cadere e che c'è il sole -sapere che oggi, cazzo, succederà qualcosa che mi cambierà la vita per sempre -baciarla per la prima volta mentre il verso di una canzone in sottofondo parla proprio di un bacio -piangere dopo dieci anni da solo in un treno -segnare un gol in rovesciata il giorno della finale del torneo -che un messaggio sbagliato non arrivi al destinatario -che il tuo conquilino abbia lavato casa e persino la tua stanza senza aspettarti -avere l'assurda certezza che un avveniemento che hai visto descritto nelle nuvole succederà davvero -che qualcuno che voglia baciarti te lo dica comunque anche se ha deciso che non lo farà -che qualcuno indovini il tuo film preferito al primo colpo -incontrarla per caso proprio mentre la stai pensando -scrivere un post anche solo lontanamente passabile nel giorno con meno parole buone di tutto Febbraio
Questo è un elenco del cazzo. Un elenco, solo questo. Cose che in teoria non succedo, cose che per quanto improbabili a qualcuno o a me sono capitate e cose che non sono mai successe davvero ma che sarebbe formidabile veder accadere nella propria vita. Perchè ne sia valsa la pena un pò di più, di viverla.Non mi è chiaro, rileggendole, perchè le prime cose che mi siano venute in mente siano quelle qui su. Dovevo andare al cinema stasera. Poi non l'ho più fatto. Io ho un film in meno negli occhi e voi un motivo per pensare al vostro elenco.
Milano-Bratislava A/R, prezzo 0.6 Euro tasse incluse (grazie Save), occasione da non perdere. I Pennellisolari non la perdono. Arrivati in terra Slovacca ci si accorge subito che la città offre soprattutto freddo e poca accoglienza. Non solo qui non hanno ancora inventato l'istituto alberghiero, ma nei ristoranti bisogna sedersi e basta, senza neanche salutare, con il rischio di aspettare ore. Sarà la clientela, i divani in pelle, i dolci in vetrina o i muri colorati. "Caffè&CO" ci da un piacevole riparo dal gelo. Fonte d'ispirazione per discorsi più o meno profondi tra arte, donne e libertà. Forse è l'unica cosa che vorremmo portarci in Itlia...eeeeeemmmmmm...no anche qualche bella ragazza. I Pennellisolari sono alla ricerca di un Caffè&Co a Milano, oppure lo metteranno in piedi. Gio ha gia promesso i finanziamenti, la fanta-organizzazione è gia partita. Sognare non costa niente, neanche i 345 'Svinski' del nostro conto.
Nick
Che devo dire? Non ci capisco più un cacchio. E' un mese che ero in vacanza e credevo di chiudere in bellezza sto periodo sabbatico. Invece Bratislava mi ha abbastanza deluso. Vedi il freddo che mi ha anestetizzato l'ipofisi, lo scarsissimo senso di ospitalità degli indigeni slow-vacchi, o la città dall'architettura affascinante quanto il caffé slavato (giusto per essere coerenti) che ci hanno rifilato in un bar pseudo-spagnolo. Menomale che gli altri due Pennelli sono stati grandiosi, soprattutto nell'intavolare discorsi filosofici. Vedi alla voce felicità, arte, amore-sofferenza. Però alla fine se ne sono andati 130 eurini e il mio alter ego genovese è stato ripagato. Nota di merito al grande Save, l'organizzatore di tour pan-europei.
Gio
Increspature a perdita d'occhio, neve e fumo delle alpi a specchiarsi al sole. Ho visto, dall'alto. Un mare di nuvole basse stendere tappeti al tramonto. Briciole restanti del giorno arrossare il Danubio. Anche questo ho visto prima che l'aereo atterrasse. Io, a bocca aperta, come gli altri due nei sedili davanti al mio proprio come quando andiamo in giro in macchina: Giò che guida e Nick a studiare la strada. E' vero, è come avere una famiglia, pure a 10 mila metri di quota, un posto sicuro da portarti in volo, stile bagaglio a mano, in un paese dove un caffè lo paghi con duecentomila banconote di carta. C'era un freddo cane, ma solo li, di fuori. Un'architettura da cinecittà, ma solo fuori. Che strano che di quel freddo e di quei palazzi appena tornato ricordi solo un'aria leggera e una poltrona in pelle. E il mio bagaglio a mano.
a seguito della realizzazione di questo corto uno degli attori è stato perquisito dalle guardie aeroportuali perchè considerato "sospestnanka" (sospetto). E' seguito un rimpatrio forzato.
io lo dico da sempre... ho l'ipod vincenzopatico... mi sceglie le canzoni a seconda dell'umore, della giornata e del viaggio alle porte. Lo zaino è qui vicino, appena acceso il pc Nick chiede su MSN la data di scadenza della mia carta d'identità per il check in online. Mi sa che è quasi ora.
Vins
BUONTEMPO (Ivano Fossati)
Oggi non si sta fermi un momento oggi non si sta in casa che è buontempo oggi non si rischia né pioggia e né vento, no e poi non ci si muove come sempre a stento vedi si va a tempo
Tu vestiti come un angelo caduto sulla terra da questo cielo che oggi il mio occhio non afferra tu vestiti come un angelo che giri per la terra fallo per questo cuore senza pace e senza guerra, per me.
Al lavoro non stavo fermo un momento, no sono tornato a casa col buontempo oggi non si sogna di navigare il mare lo andiamo a salutare il mare lo andiamo a salutare
Tu vestiti come un angelo caduto sulla terra da questo cielo che oggi il mio occhio non afferra tu vestiti come un angelo che giri per la terra fallo per questo cuore senza pace e senza guerra, per me.
Oggi non si sta fermi un momento oggi non si sta in casa che è buontempo oggi non si rischia né pioggia e né vento, no.
Gli amici blogger di Vins tanto timidi non sono. E soprattutto adorano le provocazioni, magari in semi-sospensione in un post che, dopotutto, li riguarda.
Semplicemente c'è qualcosa da dire che non è stato detto.
I tramonti a Milano possono essere belli, se visti da un settimo piano in un giorno sottovento, in cui capita che anche qui, in pieno centro, il cielo indossi il suo abito migliore: un azzurro-celeste da cerimonia che lascia senza fiato.
Ma qualcosa di diverso ce l'hanno, questi tramonti. Sono acidi. Perché se il colore può ingannare e lasciar pensare allo spettacolo della natura più incantevole, da assaporare in un punto lontano, vicino al mare o in cima ad un picco d'alta quota, l'odore no... quello ti riporta subito alla realtà.
I tramonti hanno un odore. E a Milano sanno di acido e smog e fumo di sigaretta. L'arancione non è caldo e romantico, ma denso e pesante.
L'abito da cerimonia calza a pennello, ma è come se la camicia fosse stretta sulle spalle e con le maniche troppo corte, una cravatta arancione annodata stretta al collo. Ti senti un po' a disagio, respiri a metà e i polmoni si strozzano con l'ossigeno.
Allora ti alzi dalla tua sedia, prendi una sigaretta e ci vai a parlare, con quel tramonto. Dal balcone, al di là del vetro di una finestra, puoi farti ascoltare anche da chi non lo fa - quasi - mai.
E' la tua sfida da vincere.
Il tempo di prendere sigaretta, sciarpa e accendino, percorrere pochi passi ed uscire a sette piani da terra, fuori.
Ti fermi un istante: l'abito è sempre quello, ma la camicia è blu scuro, sembra comoda, fatta su misura.
Ah, ecco. La cravatta arancione acido ora è arrotolata e spunta appena dalla tasca.
(begliocchi mica l'ho capito se alla fine volevi firmarti..... io ce lo metto ugualmente, Vins) Vale
"Vins, scrivi un post su questo tramonto allo smog". Questa è la richiesta giunta alla 6 di sera e da cui inauguro oggi il servizio sartoria di parole e immagini per blogger timidi. Loro, i miei amici timidi, propongono e io scrivo esponendomi al pubblico ludibrio. Buono no? Io quel tramonto in cui mi si chiede dii trovare ispirazione non l'ho visto. La finestra del mio ufficio me ne concede giusto un paio dei diecimila spicchi di cielo necessari. Dovrei provare a lavorare al buio, con il ricordo delle sfumature di vecchie immagini e la fiducia nel racconto di un'altra persona. Ma questa questione di affidarsi al racconto di un altro fa sorgere un problema, piccolo e insignificante: io gli altri non li so ascoltare quasi mai. Quindi immaginatevi adesso che cazzo di quadro verrebbe fuori. Insomma: un tramonto un pò improbabile.
In realtà mi capitano, anche se raramente, dei momenti strani, in controtendenza. Quelli che messi tutti assieme fanno il "quasi" della frase "non so ascoltare quasi mai".
E stanotte è uno di quei "quasi". Sera tardi. Telefonata. Dueoretrentottominutiecinquantacinquesecondi. Un'infinità a pensarci. Tant'è che verso la fine ho iniziato a chiederle se stavamo tentando un qualche record a mia insaputa. La prendo sempre in giro, lei, dicendole che ormai quella vocina non attacca più con me ma mi sa che se mi incolla alla cornetta per così tanto un pò ancora mi piace ascoltarla. Sembra non essere passato che un giorno dal nostro ultimo incontro. E invece è tutto il contrario e messe in fila, tra le mie e le sue storie, montiamo su un bel campionario di casini da riderci su per ogni singolo minuto di chiamata.
Così finisce che, passate le due della notte, il servizio espresso sul tramonto mi sa che evapora e sono costretto a riappoggiare sugli occhi di chi me l'ha descritta quell'immagine di un cielo rosso e arancione smog con tendenze al blu cobalto ozono che tanto sembra un neon difettoso, uno che sta per saltare (più o meno). *pofff*.
Ho mille fogli da stampare per il lavoro, ma dico a mia madre di non prepararmi la colazione perché vado nel mio bar preferito.
Cappuccino, sfoglia alla crema e amarena. Sciolgo il mastice che incolla i miei denti; poi sono in auto che corro di fronte a un mare gravido di un colore smeraldo intenso. I gabbiani sembrano impurità desolate sulla superficie di un enorme topazio.
Bisognerebbe sempre diffidare di un giorno iniziato con la pioggia mattutina che batte sull’auto e fuori un mare increspato d’inverno.
Oggi ho deciso di rivederla; di rincontrare una persona che ha condiviso con me l’indefinibile in un attimo; che ha conosciuto il mio odore e io il suo. Che mi ha colorato l’esistenza di serenità.
E che, per l’ingiustizia della vita, ne è diventata un fantasma che mi turba ogni volta che sono solo.
Non so quante volte capita nella vita di un uomo di mettere da parte l’orgoglio, prendere il cuore in una mano e con l’altra il coraggio, e tentare di parlarle.
Magari quella per cui senti i baratri all’impulso cardiaco quando la vedi; o quella che fa crollare tutta la tua eloquenza, rendendoti il cervello simile ad un macaco del Laos. O quella intimamente legata al tuo passato e della quale la memoria ha solo dolci ricordi.
In definitiva, quella che ormai è diventata un’ossessione.
Ho già vissuto questi momenti in cui ho affrontato il deserto asfissiante delle mie incertezze. Ma devo chiamarla.
Sembra che il tasto verde sul cellulare sia diventato improvvisamente un tabù, un mostro di cui si è sottovalutata la potenza disarmante in passato. Ma devo chiamarla.
Penso alle parole di stima che poi il mio amico mi dirà. Devo galvanizzarmi in qualche modo. Cos’ho da perdere? Un altro contratto a tempo indeterminato col silenzio. E allora fanculo, pigia sto tasto verde, Gio!
Oh, e che vi devo dire…l’ho pigiato! Una volta che senti squillare dall’altra parte, pensi: “vabbè, il danno ormai è fatto. Tirarsi indietro significherebbe una figura ancora più squallida”. E’ l’unica trappola logica che può fregarti in quei momenti.
Riesco a strapparle un caffé, ma sono troppo agitato e bevo litri di acqua. Spalle al muro, io contro la verità. I momenti sono infiniti e magici; posso rivedere i suoi capelli e lo sguardo non più complice.
Non riuscirò a ottenere una riconciliazione.
Troppo emozionanti quei venti minuti, anche se alla fine ho una bocca che sa di Montenegro, tanto è amara. Ciò che mi sfianca non è il fatto di non poter esserle più amico. Piuttosto è come se ho consumato l’ultima lacrima al funerale di un pezzo del mio passato.
Questo è uno di quegli amici che ritrovi dopo un paio d'anni e capisci che è ancora sulla tua stessa barca di dubbi, certezze e umorismo e tiene sul comodino un libro identico al tuo. Signori una new-entry: ANTONIO. Vins
QUELLO CHE DIREBBE ANTONIO SUGLI AVOCATI, SULLA PRECARIETA’ E SUL CONTROPIEDE, SE MAI QUALCUNO GLIELO CHIEDESSE
(COSA DECISAMENTE IMPROBABILE)
A me gli avvocati, diciamo così, per categoria, non piacciono. Ecco, dopo aver perso una manciata di lettori, come si dice dalle mie parti: chi mi ama mi segua.Questa qui dovrebbe essere la recensione di un libro, dico dovrebbe perché a me la parola recensione fa pensare a qualcosa di istituzionale, di preciso e ben scandito. Un compito in classe insomma. Ed io non sono capace di re-cen-si-re un libro. Forse un integrale o una trasformata di Fourier si, ma un libro proprio no. No.E’ incredibile (lo diceva Proust da sempre...ma tu i postulati sensati non li capisci se non li ‘’tocchi’’ con mano) come un libro ci possa spalancare scenari e punti di vista su noi stessi. Leggiamo qualcosa di storicamente, geograficamente, sessualmente e qualsiasi altro venga in mente lontano da noi, eppure quel qualcosa ha l’effetto di accendere una lampada alogena su di noi. E ci riconosciamo.La cosa sconvolgente (per me, s’intende) è che tutto ciò possa capitare attraverso la storia di un avvocato, di un viveur della modernità: ovvero un ‘’colgado’’ (x dirla alla spagnola, eh), un figlio della precarietà nel senso più largo e profondo che vi possa venire in mente. Precarietà familiare (separato cioè), affettiva (vedi prima), lavorativa (la concorrenza è tanta, troppa), sociale (vedi prima). Una persona normale, in fondo, diremmo oggi. Ecco allora l’idea del contropiede, ed è lo stesso Vincenzo (l’avvocato di prima, s’intende) a suggerirla: tirar fuori un briciolo di personalità e dirla, anche se lo sai che è una stronzata grandissima, la stronzata (appunto) che hai appena pensato. Sconvolgere il normale corso delle cose. Come un lancio di 40-50 metri che il libero (che bello questo nome…peccato non esisti più) fa dal limite della propria area di rigore mentre è assediata, ed allora, il numero dieci della sua squadra stoppa e mette giù quel pallone e corre verso la porta avversaria. NONCENEFREGANIENTE se finalizza o no l’azione, lui corre, deve correre il nostro numero dieci, verso qualcosa, una opportunità, una possibilità. Ah, quasi dimenticavo che non mi piacciono i post troppo lunghi sui blog.
(almeno il titolo ve lo dico: Non avevo capito niente, diego de silva)
Un porto storico sorto intorno all’anno mille, laddove un agglomerato di case dell’epoca si affacciava sul mare fra due lame che portavano l’acqua fin nel mare, fa da vista ad un arco noto ai più come Porta di Mare. E’ qui che dopo avermi visto vagare per giorni mi ha portato Lello sabato pomeriggio. Mi ferma e mi dice: “Caro, ti porto in un posto dove potrai guarire!”
Il porto e lì, sempre splendente, oggi turistico ma sempre con quel suo fascino, dato anche dalle illuminazioni a luci gialle che sono opacizzate dall’umidità di questi posti. Passiamo sotto l’arco e capisco che mi sta portando in un localino caratteristico dove non ero mai riuscito a venire.
Entrando Lello mi dice: “qui ti sentirai a casa, forse non come San Diego, ma vedrai…”
Apre la porticina e lasciamo l’atmosfera umida e fredda di questo sabato pomeriggio per entrare in una stanza calda e profumata di dolci di quando ero piccino ela mamma mi preparava la torta per il compelanno. E Lello ad alta voce: “Rosa ti ho portato un nuovo Amico, uno dei nostri. Ha un male strano. Curalo.” Lei mi chiede che cosa ho e prima che io risponda mi chiede: “dove sei stato e dove vuoi andartene.” Nenache il tempo di spiegare che mi suggerisce una tisana chiamata Provvidenza. Le dico che qualche sera fa ho visto Chocolate (pensando anche a Gio) e eli mi dice che fa questo lavoro da 18 anni e che si è spostata molto e adattata tanto a tanti pasi. Ora è qui e io mi sento davvero a casa. Dall’Italia alla Francia all’Inghilterra mi regala anche dialoghi totalmente in inglese e sembra quasi che non ci siano conti da pagare o cose da ordinare in questo posto magico. La magia è lei e quello che fa uscire dai clienti. La domenica è ancora qui dalle 18 alle 24 da solo a godermi questa signora, Rosa, la sua calma e il suo calore umano che trasmette ai clienti come fosse una perfetta amica e mamma. Si parla di tutto con eli come quando sei solo e ti fai i discorsi da solo, ma questa volta sei rivolto ad un apersona speciale fuori da te. Dolci preparati davanti a te, odori di casa, meno di 20 posti a sedere, un bancone imbandito di tea, tisane, dolci e biscotti. Un locale dei balocchi per sognatori che amano raccontare e ascolare cosa succede nelle vite di altri ed infatti chiunque entra abbandona la maschera qui dentro e si mette a nudo. Tutti conoscono tutti anche se non si conoscevano e non ci sono diviosioni tra i tavoli. Tu entri e stai bene e così succede anche da Rosa ci trovi Barbara, una ragazza che sabato era una cliente e domenica era lì a dare una mano per il semplice piacere di dare. Cose che avevo visto solo nei film o che sognavo di trovare in un paesino freddo in scozia o lontano. Ed invece il mondo è sottocasa, al Caffè del Mar ed io e Lello abbiamo appuntamento qui con voi da qualunque parte del mondo arriviate per raccontarci le vostre storie.
lei ha iniziato a viverla mentre io la lasciavo... Ci siamo passati in due maniere molto diverse in quella città ma, a quanto pare, qualcosa ce la siamo portata dietro entrambi. Lei è mia sorella e questo è il cielo che ha visto negli anni dell'Università...
In questo momento sono seduto con due autoctoni, un semi-ubriaco di
colore e un sedicente artista, che pero' sembra non mentire. L'artista,
attore di teatro e pittore, ha convinto l'altro a lasciarmi in pace da
quando ho confessato che devo completare il mio post. Mi manca
descrivere le serate a Coimbra. La prima di queste la trascorro nel
bar sotto casa mia in compagnia di un amica di Gonzalo, Maria Joao, e
due suoi amici. Sono tutti giornalisti e la serata la passiamo
discutendo delle differenze tra i giornali portoghesi e quelli italiani. Snocciolando i nomi delle varie testate nostrane, che gia' conoscono, l'argomento verte con naturalezza sulla politica. Gli
parlo dell'attuale crisi di governo e del mediocre moderato
equilibrista che l'ha provocata, della totale mancanza di egemonia che
impesta la maggioranza; della certezza di un'alternanza in caso di
elezioni anticipate. Avendo vissuto in Italia per un anno in
Erasmus, conoscono bene il nome di chi potrebbe succedere all'attuale
presidente. Si parla quindi dell'eccezionalita' del nostro paese, che
ha in seno un conflitto d'interessi tipicamente endemico di stati come
il Burkina Fasu e il Malawi. Ma questo e' un altro blog, qui non si parla di politica. La seconda sera incontro Susana, un'altra amica di Gonzi, che lavora
come giornalista. A Coimbra pare che esistano solo architetti e
giornalisti... Andiamo a cena a casa di suoi amici, un po' distante dal centro. Quando comincio a parlare senza essermi ancora presentato tutti i portoghesi mi chiedono se sono brasiliano, per l'accento. Nascondo bene l'orgoglio che ne consegue ma rispondo fiero di essere un italiano meridionale. La
serata scorre piacevolmente come il vino Porto che scorre tra un piatto
di pesce con sugo di pomodoro e cipolle, molto speziato, e patate bollite. La padrona della casa si chiama Ana, ha 29 anni,
psicologa, e assomiglia a una mia ex. Ma porca puttanaaaa, ti pareva
che non dovevo pensare a lei? E' gentilissima e sorride a tutti; figura esile e capelli legati da fermagli. Sapendo che sono in vacanza, mi invita a pranzare con lei il giorno dopo. Andiamo difatti in una tasca, cio' che noi chiameremmo trattoria caratteristica (avete presente O' Cerriggh a Bisceglie o L'albero fiorito a Milano?). Mi consiglia di prendere un tipico piatto portoghese ma dal gusto molto particolare, mi avverte.Per me e' un invito a nozze! Devo dire che mi son stupito nel vedermi servire una zuppa di trippa, fagioli e carote identica a quella che cucina mia nonna. Ridiamo
della coincidenza e lei mi dice che questo tipo di locande stanno
scomparendo perche' l'Unione Europea impone regole d'igiene molto
restrittive. Mi parla quindi di una lenta dissolvenza delle tradizioni
identitarie del suo paese. E di lavoro, cosa fai - le chiedo;
risposta: psicologa e assistente sociale in una specie di favela
giusto fuori Lisbona......ma porca puttanaaaaaaaaaaaaaa, ma mi vuole
proprio devastare questa! Beh, menomale che il mio sistema immunitario mi protegge da un probabile cedimento. A
sera mi chiede se voglio cenare in casa con suoi amici, e li le stesse
domande: sei brasileiro? Ah, Italia...Italia dove, Napoli? Ah, ma
allora sei di Milano? E com'e' Milano? Io sono stata a Firenze, Venezia
e Roma... Persone di una generazione piu' grande di me, classe '72,
con le quali gusto olive, formaggio di capra salatissimo, patatine, un'ottima zuppa di pesce. Il tutto irrorato da eccellenti vini locali. La maconha gira e io insieme. Mi accompagnano a casa mezzo sfatto. L'indomani saro' a Lisbona
Le giornate vissute a Coimbra sono state emozionalmente sinusoidali.
A stati di completa solitudine si sono alternate serate trascorse con
persone sconosciute e adorevoli. Da quando mi sveglio, cioe' verso
mezzogiorno, al pomeriggio inoltrato io e la mia ombra ci siamo fatti
un'ottima compagnia. Ma non ci siamo sentiti soli. Passando come un
ubriaco da un bar all'altro, l'esplorazione mentale era amplificata da
bicchieri di birra. Le locande, poi, sono situate strategicamente in
cima alle innumerevoli scalinate, quasi come vene del corpo umano. Allora
ti puoi godere i tanti universitari riconoscibili da cartelline sotto
braccio che sbuffano dalla fatica per la salita, le coppie di
fidanzatini a scambiarsi amorevoli effusioni (bastardi!), le
studentesse che cercano una stanza da fittare aiutate da un padre un
po' troppo protettivo. Altri contemplano interdetti libri di economia,
sociologia, diritto. Da perfetto ingegnere sogghigno meschinamente
nel vedere pagine senza l'ombra di una formula. Poveri, penso, credono
di studiare cose difficili e non sanno neanche cos'e' un'equazione
differenziale. Pero' la loro ricerca intellettuale me li fa sentire
solidali. Alcune poesie di Vinicius de Moraes colorano questi miei
pensieri interiori.
Come quando ti vengono quelle intuizioni
mentre sei nel dormiveglia, quelle che ti svegli immediatamente e pensi
perche' non ti era venuta prima (e in realta', poi, si rivela una
cagata), cosi' mi folgora un pensiero apparentemente non voluto: a
Milano mi manca la Lentezza.
La lentezza che mi fa respirare il mondo e non trangugiarlo; quella che mi mostra dove sta andando la mia vita, opposta ai mille eventi che me la riempiono senza lasciarla sedimentare in me.
Quella lentezza che mi indica un gatto nero che mi guarda fisso con gli occhi verdi da un gradino, quasi fosse il suo trono. Quella che sincronizza i pensieri al respiro, amplificandolo, tanto
che se non mi aggrappassi ad un peso, mi condurrebbero alla divergenza
(e qualcuno qui potrebbe dimostrarlo anche matematicamente).
Quella che mi farebbe riacquistare la facolta' mnemonica, che adesso mi manca.
Non
so se mi sono espresso chiaramente, ma quando mi trovo senza lavoro,
mostre, cinema, pub, aperitivi, sento tornare il respiro che la mia
fisiologia metropolitana aveva rimosso dalle sue funzioni. Non sto
incolpando la mia vita, anche perche' sono io che la scelgo, con tutti
i condizionali del caso. Ma non credo di avere il coraggio di mollare
tutto e ricominciare a respirare per sempre. A meno di non leggere un
ennesimo articolo esplosivo in una di quelle riviste ecologiche che
compriamo solo io e Maurizio in Italia. E lasciarmi deflagrare il cervello.